Il “Progetto Emmaus” è come un diamante dalle molteplici
sfaccettature:
Un progetto di vita insieme
nella condivisione evangelica e nonviolenta.
Un progetto di accoglienza
per giovani emarginati;
Un progetto di amore alla
terra, nel rispetto dei ritmi della natura;
Un progetto di servizio culturale,
sociale e “politico”.
Ma se molte sono le sfaccettature di questo diamante, la luce che lo rende prezioso
è senza dubbio una sola: l’accoglienza.
Viviamo insieme per imparare ad essere accoglienti verso di noi e nei confronti
dei giovani emarginati, specie tossicodipendenti, siamo anzitutto accoglienti
della loro persona, ancor prima di ogni intervento terapeutico; il rapporto nonviolento
con la natura e quindi il progetto biologico è segnato da un atteggiamento
di accoglienza del creato; il servizio sociale e “politico” al territorio
cerchiamo di realizzarlo dando testimonianza di quella solidarietà, che
suppone l’accoglimento di ogni uomo, nella sua diversità.
Se l’accoglienza è la luce di questo diamante, tuttavia viene riflessa
in modo diverso dalle diverse sfaccettature.
Da questa considerazione emerge un’idea-guida per il nostro lavoro: tutti
i membri della comunità, qualunque sia il ruolo o il compito che svolgono,
stanno realizzando un ideale di accoglienza, quell’ideale che ha motivato
per ciascuno di noi la scelta iniziale di Emmaus. Non necessariamente tutti si
dedicano ad accogliere tossicodipendenti, ma tutti partecipano allo stesso progetto:
chi sbriga le pratiche burocratiche, chi cura l’amministrazione, chi porta
avanti l’azienda agricola, chi accoglie ospiti occasionali, sta realizzando
un progetto d’accoglienza, non meno di chi lavora a diretto contatto dei
giovani.
Se poi si prende in considerazione che il nostro progetto di accoglienza costituisce
un approccio al disagio giovanile con una connotazione chiaramente educativa,
ne deriva che la comunità intera partecipa, in tutti i suoi soci, ad un
progetto educativo.
Questa convinzione profonda deve fugare ogni perplessità circa il senso
di appartenenza al Progetto Emmaus e deve sostenerci nell’entusiasmo della
nostra scelta iniziale, anche se lo sviluppo storico della comunità ha
comportato una notevole complessità e quindi una diversificazione di compiti
e ruoli.
Prima era un gruppo di giovani soli, in una struttura estremamente semplice, una
casa, attorno ad una figura carismatica di prete, che assumeva in se diversi ruoli
e responsabilità.
Poi i giovani sono diventati famiglie, la casa è diventata villaggio, l’accoglienza
occasionale e generica si è specificata in accoglienza prevalente di tossicodipendenti,
i compiti e i ruoli sono stati assunti a pieno titolo da persone diverse.